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San Pietro Avellana

Dell’antico monastero di S. Pietro Avellana rimane memoria solo nel titolo di cui l’Abate di Montecassino ancora oggi si fregia. Eppure è stato uno dei più importanti feudi monastici dell’Italia benedettina all’inizio del secondo millennio. Vari cultori di cose antiche, per il fatto che sul vicino monte Miglio vi sia una imponente cinta sannitica megalitica, avevano voluto ritrovare nel toponimo di Avellana le radici dell’antica città italica di Volana. L’atto di donazione con il quale Odorisio Borrello nel 1026 permetteva la nascita del cenobio, invece, chiarisce definitivamente che tutto è più semplice, perché il luogo del nuovo insediamento, dedicato a S. Pietro Apostolo, era nei pressi di una fontana con una maestosa pianta di avellane (ovvero di noccioline): Construxit coenobium, quod ab enormi arbore avellana, quae iuxta olim constiterat, Sancti Petri de Avellana nuncupationem accepit… Si tratta (come ricorda il De Francesco) di quell’Oderisio che fece parte dell’esercito di Leone IX nella famosa spedizione contro i Normanni; che assisteva al suo placito il 10 luglio 1053 a Sala, sul Biferno, in favore dell’abate Liutfrido di S. Vincenzo; che con il nome di Borrello “maior” donava al vescovo Attone di Chieti un castello nella contea di Chieti.

Nel monastero di S. Pietro si ritirò Domenico di Sora, poi elevato alla gloria degli altari come santo. Un altro celebre monaco venuto a S. Pietro da Camerino fu Amico, i cui prodigi e la cui dedizione ai poveri divennero proverbiali fino alla sua beatificazione. E per S. Amico è rimasta una venerazione secolare che ancora oggi continua nella grande diffusione del suo nome tra gli abitanti di S. Pietro che lo celebrano annualmente il 3 novembre nell’eremo che fu il luogo dei suoi miracoli.

Per conservare il suo cranio la comunità locale, alla fine del XIV secolo, fece realizzare a Sulmona un prezioso reliquiario che ripete la forma della sua testa incappucciata. A questa straordinaria opera di oreficeria gelosamente conservata a S. Pietro erano associati altri arredi di argento coevi. La bella croce astile fu rubata durante l’ultima guerra e qualcuno ancora spera che possa essere ritrovata.

S. Pietro Avellana è uno di quei nuclei antichi il cui insediamento trae motivo di esistere sicuramente dall’essere una postazione strategica sul quel tratturo che, pur avendo origini molto più antiche, dall’epoca aragonese porta il nome di Celano-Foggia. Con il passare del tempo il cenobio divenne uno dei centri più importanti dell’organizzazione monastica benedettina, fino ad avere un territorio di pertinenza, con propri feudi, che andava da Pescocostanzo ad Agnone, cum tredecim cellis et villis suis.

Tra le dipendenze del monastero Cantalupum castellum, Casa Magistrirum, Monacisca, Pescu Constantii, Robellio, S. Amatus, S. Angelus de Pedelongo, S. Benedictus ubi le Lame vocatur, S. Blasius de Guasto Morsicano, S. Comicius, S. Justa, S. Laurenctius in Anglone, S. Maria Nucis, S. Maria Dei Genitrix, S. Martinus de Camarda, S. Nicolaus in Vallesurda, S. Petrus, S. Petrus de Serra, S. Stephanus.

Nessuna notizia si ha dello sviluppo propriamente urbano, anche se appare chiaro che un abitato si sia evoluto inglobando l’antica abbazia e che un sistema murario perimetrale abbia determinato il formarsi di una fortificazione che per secoli ha costituito il limite del nucleo abitato. Sicuramente danni consistenti furono inferti dal terremoto del 5 dicembre del 1456 quando fu gravemente lesionata la Chiesa Madre e morirono almeno 20 sampietresi.

Il nucleo urbano ha seguito le sorti tipiche dei piccoli centri con la progressiva eliminazione del sistema difensivo e la sovrapposizione di un tessuto all’originario impianto medioevale, conservando sostanzialmente sempre lo stesso criterio distributivo attorno ad un modesto sistema castellano ed all’antica badia benedettina. Alla fine del secolo XIX il paese si era ormai aperto verso l’esterno e nella prima metà del secolo XX aveva tutti gli elementi caratteristici dei Comuni con propria autonomia amministrativa, compresa una scuola pubblica.

Nel novembre del 1943, quando il paese aveva assunto un proprio carattere quasi definitivo, fu interamente distrutto dalle truppe tedesche in ritirata. Negli anni 50 è cominciata la ricostruzione e nel tempo è maturata l’esigenza di recuperare dalle macerie una propria memoria storica. E non solo con la costituzione di un Museo, di cui Teresa Di Lorenzo è stata l’animatrice, per la conservazione di una quantità incredibile di oggetti di vita quotidiana legati alla civiltà pastorale del Tratturo e alla tradizione artigiana del luogo, ma anche per la diffusa volontà di non far perdere i segni della storia nel territorio naturale, che è tra i più belli e meglio conservati del Molise. Luoghi i cui toponimi evocano fatti antichi e vicende feudali di cui si ha traccia nell’elenco dei baroni normanni alla metà del XII secolo. Così sappiamo che Riccardus de Molina per misericordiam regiam tenet de hiis supradictis feudum Montem de Meczo. Oggi Monte di Mezzo è uno luogo di straordinario valore ambientale. Come pure la cronaca di quei tempi ci riporta ad un episodio di vessazioni da parte di Berardo e Ruggero, nipoti dei feudatari di Monte Miglio, che nel 1184, a seguito di processo, furono tenuti a restituire agli abitanti de terra S. Petri de Avellana, anche per non essere comparsi nella curia del conte Tancredi d’Altavilla, maestro-giustiziere, tutte le cose che erano state ingiustamente sottratte da loro e dai loro uomini negli ultimi tre mesi: omnes res ablatas a nobis, vel hominibus nostris, quibus­cumque hominibus terrae S. Petri a tribus mensibus retro, usque nunc.In mezzo a questi monti mio nonno Ruggiero realizzò una fornace di mattoni e nella fornace ho passato parte della mia infanzia estiva mentre Elvira Santilli-Tirone raccoglieva le memorie di famiglia nel suo “Oltre la valle”. Oggi degli antichi forni rimangono solo le camere di cottura ed una ciminiera troncata. Le immense cataste di mattoni rossi e le pannocchie arrostite sulle bocche di fuoco ormai sono un ricordo lontano.

Per ritornarenella valle del Sangro si deve passare per le Masserie di Cristo. Per mangiare si deve andare da Perticone che è un’osteria dove nessuno può dire che il sole non vi passi. Lo ricorda un’antica e rozza lapide: Felice chi misura ogni suo passo e che nell’opera sua lauda la fine. Non si può dire al sole da qua non passò nell’anno 1708.